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L’album dei ricordi di Fabio Belardi: «squadra forte, spogliatoio unito e zero pressioni dalla società: queste la ricetta per arrivare in A1»

“Pedal”, come lo chiamavano i brasiliani giallorossi nell’anno della Promozione, se avesse a disposizione una macchina del tempo rigiocherebbe la finale di Coppa Italia persa contro Verona nel 2003/2004.

L’ex centrale classe 1978 approdò a Vibo nell’estate del 2002 e vi rimase fino al 2005 grazie all’ottimo legame che nacque sin da subito con la società del presidente Pippo Callipo. Parliamo di anni in cui sulla città spirava un forte vento di rilancio per la Tonno Callipo che coincidevano perfettamente con la stessa voglia di riscatto dell’intera comunità che seguiva con attenzione le sorti della squadra. Belardi si aggregò ad una rosa che, esaltata dal traguardo dell’A2 raggiunta l’anno prima, era in piena corsa per il secondo salto di categoria per approdare nella massima serie. A credere, infatti, in quel grandioso progetto sportivo fu proprio la squadra in primis. Un gruppo di ragazzi talentuosi, determinati, temerari che vedeva atleti di primordine come Ferraro, Tomasello, Kirchhein a cui si affiancarono nel corso del triennio giallorosso del centrale triestino i vari Cherednik, Spada, Axè, Cicola e ancora Rosalba, Felizardo, Priddy. Arrivi che accesero l’entusiasmo della piazza giallorossa. Fu così anche per l’ex atleta che, nel corso della nostra intervista telefonica, ha aperto per noi il libro della memoria regalandoci un racconto di quei tempi emozionante e ricco di particolari. Tornando indietro a 18 anni fa, ha passato in rassegna tutte le imprese compiute in campo con la maglia della Callipo, quella su cui ha sempre voluto il numero 13, in barba ad ogni credenza scaramantica: dalla vittoria della Coppa Italia di A2 alla storica promozione in A1 del 13 maggio 2004.

Fabio, che ricordo hai delle tre stagioni con la Tonno Callipo?

“A quella maglia mi lega un ricordo stupendo. È stato un crescendo unico per me, per la città e per la società. Eravamo veramente forti e non ci arrendevamo davanti a nulla. La vittoria della Coppa Italia nel mio primo anno è stata totalmente inaspettata: siamo andati a Gioia del Colle senza i favori del pronostico, eravamo considerati i meno forti ed abbiamo vinto in finale per 3-2. Abbiamo sorpreso tutti: ricordo che il calore dei tifosi era spettacolare. Il secondo anno abbiamo perso la Coppa Italia in Sicilia contro Verona però siamo saliti in A1 vincendo in finale contro Bolzano e il terzo anno è quello che ricordo con più emozione perché è stata la prima stagione in A1. Ci esibivamo su un palcoscenico prestigioso ed è stata una grande soddisfazione per tutti. Avevo compagni di squadra fantastici e ricordo che abbiamo disputato quel torneo facendo leva sulla forza del gruppo e sulla tranquillità dell’ambiente ottenendo anche un buon risultato perché siamo arrivati settimi in classifica perdendo poi i play off contro Macerata. Nella finale di Coppa Italia non abbiamo sfigurato neppure al cospetto della corazzata Sisley dopo aver superato nelle fasi precedenti Piacenza e Verona: fu veramente una grandissima annata. Che bei ricordi!”

Pensi che i successi di quegli anni siano dipesi soprattutto dalla forza di un gruppo unito e coeso?

“Sì, sicuramente. Hanno inciso anche altri fattori. Vibo è una piazza dove si può far bene perché i giocatori non ricevono pressioni dalla società. È un posto tranquillo in cui si ha l’opportunità di esprimere il meglio di sé. Anche il pubblico è stato fondamentale: ricordo il giorno della promozione, non so quante persone c’erano in quel palazzetto. C’era un gran chiasso. In molti ricordano che nella finale contro Bolzano all’inizio del quinto set (eravamo sotto 2-0) Ricci ci portò nello spogliatoio e il pubblico non capiva cosa stesse succedendo”.

Cosa vi disse Ricci?

“Niente. Non c’è stato nessun discorso. Siamo andati nello spogliatoio e siamo rimasti in silenzio due minuti. È stato un modo per farci ritrovare la concentrazione e direi che ha funzionato”.

Parliamo del rapporto con i compagni di squadra: c’era qualcuno che stimavi particolarmente? E a chi legato affettivamente?

“Credo che in Italia ci fossero molti atleti forti. Provavo ammirazione per Rosalba ad esempio perché l’ho sempre reputato un vero campione. A Vibo avevo stretto una bella amicizia con Priddy, eravamo anche vicini di casa. È stato bello assistere qualche tempo dopo ai suoi successi alle Olimpiadi e con la maglia della Nazionale”.

Avevi un soprannome in squadra?

“Si! Io stavo sempre con i brasiliani Axè e Kirchhein, e loro mi hanno dato un nomignolo. Mi chiamavano ‘Pedal’ perché saltavo tanto”.

Hai continuato a seguire la Tonno Callipo?

“Non con particolare attenzione, lo ammetto, ma perché da qualche anno mi sono un po’ allontanato dal mondo della pallavolo. Ho visto che ha avuto fortune alterne tra promozioni e retrocessioni. Mi auguro tanto che il presidente Pippo Callipo, con cui ogni tanto mi sento ancora telefonicamente, non molli nonostante le innumerevoli difficoltà. Lui come pochi altri nel mondo del volley è un uomo che ha sempre mantenuto la parola data”.

Rispetto alla pallavolo dei tuoi tempi cosa è cambiato nel gioco che si fa oggi?

“È cambiato tanto. A livello tecnico il gioco è molto più veloce. Dal ’94, l’anno in cui ho iniziato io, è cambiato anche il pallone. Adesso, poi, i giocatori sono specializzati in un solo ruolo, non esistono quelli che sanno far tutto. Mentre l’ambiente è sempre stato un ambiente sano e pulito e credo che abbia mantenuto questa caratteristica”.

Con quale atleta di oggi ti sarebbe piaciuto giocare?

“Con Matej Kazijski. L’ho visto giocare con la Bulgaria e mi ha impressionato. E poi sono un fan degli atleti della “Generazione dei fenomeni”: Marco Bracci, Lorenzo Bernardi, persone che ti possono insegnare qualcosa in ogni momento”.

Passiamo alla tua seconda vita: chiusa la lunga parentesi col volley stai scrivendo una nuova storia di successo come grafico 3D…

“Gli effetti speciali dei film e i videogiochi sono stati una mia grande passione fin da piccolo. Nel ’93 dopo aver visto Jurassic Park mi sono incuriosito ancora di più. Prima era un hobby poi è diventato il mio lavoro. Posso dire di aver realizzato i miei due grandi sogni cioè giocare a pallavolo e diventare un bravo grafico”.

Hai mai pensato di inventare un videogioco dedicato alla pallavolo?

“Diciamo che sarebbe bello ma è difficile riuscire ad applicare le tecniche che usiamo noi per ottenere il movimento del gioco di volley. In più il bacino d’utenza è minore rispetto al movimento del calcio e l’investimento da fare è notevole”.

C’è una partita che avresti voluto rigiocare?

“La partita di Coppa Italia del secondo anno con la Callipo persa contro Verona. Mi ha lasciato l’amaro in bocca”.

Vuoi lasciare un messaggio per salutare Vibo e la Tonno Callipo?

“Non è mera adulazione, a me manca Vibo, io ho veramente lasciato il cuore lì da voi. Ogni tanto chiudo gli occhi per rivedere lo spettacolo unico dello Stromboli al tramonto che si vedeva da casa mia. Il cibo, il mare, il rapporto con la gente. Per me Vibo è stata un’isola felice e spero lo sia sempre per tanti altri atleti e per i suoi splendidi tifosi”.

Ufficio Stampa