Il ritorno di Essie B. Hollis, la leggenda del santo tiratore.
Intervista esclusiva ad una leggenda del basket teatino.
Lo scrittore Gilbert Keith Chesterton ha scritto: “Il valore principale di una leggenda è quello di mescolare il passato conservando il sentimento”. Grazie all’intercessione della gentilissima RoryDi Gregorio, sono qui, in sala stampa, seduto davanti alla mia leggenda, Essie B. Hollis. Un nome oggi  sconosciuto  ai  più  giovani,  se  non  fosse  per Damien,  suo  figlio,  giocatore  di  valore  della Centrale del Latte di Brescia. Un nome, però, che per la mia generazione evoca il ricordo del più straordinario campione che abbia mai indossato i colori della Pallacanestro Chieti. Sono trascorsi trentasei  anni,  il  tempo  si  è  mescolato,  fondendo  in  una  forma  liquida  tutto  un  passato  fatto  di ricordi, di cambiamenti e di oblii. Il sentimento però si rinfocola davanti alla leggenda e per magia tutto torna a rivivere con gli stessi colori di allora. Domenica 18 febbraio 1980, Palazzetto di Colle dell’Ara, campionato di A2, è di scena la Fortitudo Mercury di Bologna, squadra di vertice che a fine campionato sarebbe stata promossa in A1. Mancano pochi secondi ala fine della gara. La palla è nelle mani di Hollis, che tenta un’entrata ma  viene  raddoppiato  e  confinato  all’angolo.  Qualsiasi  giocatore  avrebbe  scaricato  palla  verso zone più facili di gioco, non Essie Hollis che arretrato rispetto all’asse del tabellone inventa il tiro più incredibile della storia della pallacanestro. La palla scagliata dietro il canestro s’inarca in una parabola altissima, ricadendo a “goggia” nel canestro. Ciuff! Per un attimo, che dura un secondo ma  che  ci  appare  inesplicabilmente  eterno,  tutti  ci  guardiamo  increduli.  Qualcuno  con  purissima ingenuità sussurra   “Ma vale ?”, “Certo che vale”, poi un boato che nelle nostre orecchie di tifosi continua a rimbombare da trentasei anni. Le fondamenta del Palazzetto si scuotono ma Essie non si  scompone,  manco  avesse  segnato  il  più  banale  dei  canestri.  Quando  però  passa  davanti  alla panchina, saluta i suoi compagni e coach Marzoli, mimando di avere nelle mani due colt fumanti.
Può bastare ? No!  Alla fine del primo tempo supplementare, Essie, incredibilmente, si ripete, nella stessa medesima fattura del canestro “impossibile” appena descritto. Ed è ancora ciuff! Mc Millen, allenatore della Fortitudo, incredulo guarda Magnifico con occhi stralunati, Jordan e Starks quasi
se la ridono: “Coach cosa possiamo fare? Questo è matto!”. Alla fine Bologna vincerà, segnando canestri banali e facili ma non sarà altro che una delle tante anonime vittorie di quella stagione. Ci vuol ben altro per far nascere una leggenda, ci vogliono, ad esempio, due canestri colmi di genio e
di follia.

Te li ricordi quei due canestri Essie ? Da quella sera per noi sei diventato una leggenda.

“No,  non  mi  considero  una  leggenda  ma  solo  un  amico.  Un  amico  un  po’  matto  che  ogni  tanto
condiva il proprio gioco con un pizzico di follia. Quei due canestri li ho stampati in mente, anche se
non ricordavo il nome della squadra avversaria. Mi allenavo a fare quel tipo di tiro, che è diventato
col tempo un marchio di fabbrica e ti confesso che ho cercato di insegnarlo anche a Damien. Ero
sempre  marcatissimo  e  cercavo  di  trovare  zone  del  campo  dove  ci  fosse  un  po’  di  libertà  in  più.

Ecco come è nato quel tiro. Ero un cowboy, sparare e fare centro era la mia passione. Per questo
tentavo sempre di trovare soluzioni nuove, a volte ci riuscivo e a volte no ma ci provavo sempre”.

Per te la stagione 78/79 fu brillantissima, cosa ricordi ?

“Ricordo giocatori fantastici, che favorivano il mio stile di gioco e che mi offrivano sempre tiri aperti.
Una pacchia! Fuori dal campo poi eravamo una famiglia, stavamo sempre insieme, ci divertivamo,
come dite voi, facevamo casino ”.

Chi ricordi con maggior simpatia ?

“Tutti compagni fantastici ma voglio ricordarne due in particolare, che non ci sono più e che stanno
giocando  in  qualche  playground  del  Paradiso:  Bill  Collins e  Bongo  Borlenghi.  Bill  mi  ha  aiutato
tantissimo nel mio ambientamento, lui era al secondo anno in Europa mentre io ero un novizio. Mi
ha aiutato a capire il gioco, come comportarmi dentro e fuori dal campo, come alimentarmi, come
comprendere  usi  e  costumi  lontanissimi  dai  modelli  americani.  Era  un  tipo  estroverso  e  senza
timidezze,  un  fratello  più  grande  da  seguire  e  imitare.  Bongo  era  completamente  matto,  un
ragazzo buonissimo capace di fare cose folli e divertentissime. Suonava magnificamente il sax ma
la  sua  specialità  era  quella  di  sollevare  con  il  solo  uso  delle  braccia  le  automobili.  Quante
scommesse, quante risate! Due ragazzi splendidi, due amici che porto sempre nel mio cuore”.

E di Nino Marzoli che ricordi hai, memorabili le sue sfuriate quando eccedevi nel voler interpretare
la parte del solista.

“Grande  coach,  molto  energico,  molto  bravo  e  competente.  A  volte  era  un  po’  nervoso,
completamente diverso da suo fratello Enzo, che era calmissimo. Quando se la prendeva con me.
io  non  rispondevo,  sapevo  che  passata  la  tempesta  il  mare  poi  tornava  calmo.  Ero  un
mangiapalloni? Hmmm …. quando segnavo non si lamentava ed era contento”.

Cosa ricordi di Chieti ?

“Beatiful! La città dei tetti, bellissima, elegante, molto ospitale, solo un po’ fredda, climaticamente,
per le  mie  abitudini.  D’inverno  a  Colle  dell’Ara  si  gelava,  non  c’era  il  riscaldamento  ed  allora
andavo ad allenarmi indossando i jeans sotto la tuta. Il fondo del campo era in linoleum, durissimo
e molto scivoloso. Difficile abituarsi ma un vantaggio rispetto agli avversari che venivano a giocare
e  che  faticavano  a  stare  in  equilibrio.  Grande  tifo  sugli  spalti,  ogni  partita  era  una  battaglia  ma
eravamo sostenuti da un pubblico generosissimo. Che tempi! A Chieti wonderful food, si mangiava
da  dio,  tutto  buonissimo  da  Bellavista,  ricordo  con  tanta  simpatia  Filippo, Amedeo  e  Sergio  che
non mi negavano mai una seconda porzione. Poi ricordo tanti amici, anche fra i dirigenti, tutti molto
gentili e disponibili”.

Poi lasci Chieti e vai in Spagna.

“Si,  due  anni  al  Granollers,  città  a  pochi  minuti  di  macchina  da  Barcellona.  Due  anni  magnifici,
vivevo  praticamente  a  Barcellona,  città  bellissima,  con  tante  discoteche,  bellissimi  locali  e  molti
americani”.

Poi torni in Italia a Mestre.

“Un altro anno molto gratificante, vivere a Venezia era per me un sogno che si realizzava, una città
di grandissimo fascino per noi americani. Una città   unica, dove non si può guidare e dove ti puoi
spostare solo con le barche. Ero molto amico di Brian Jackson, che avevo conosciuto a Barcellona
e  che  giocava  per la  Reyer,  avevamo  la  passione  comune  per la  pesca  e  andavamo  in  barca  a
cercare seppie dalle quali toglievamo il nero per condire ottimi spaghetti al nero di seppie”.

Poi ancora in Spagna al Baskonia, dove chiudi la carriera.

“La squadra più competitiva in cui ho giocato, molto forte e combattiva. Tantissimi tifosi, palazzetto
enorme  e  campionati  sempre  di  vertice.  Josean  Querejeta,  attuale  presidente  del  club,  giocava
con me da playmaker”.

Torni in America e che fai ?

“Torno a studiare, mi laureo e inizio la mia nuova carriera d’insegnante di scuola elementare. Una
nuova  avventura,  non  meno  difficile  ed  esaltante  di  quella  da  giocatore.  Continuo  ancora  ad
insegnare: scienze motorie e spagnolo. Mi diverto ancora moltissimo a farlo e sono felice del mio
lavoro e della mia famiglia”.

Segui ancora la pallacanestro ? Potresti fare dei raffronti tra il tuo basket e quello di adesso ?

La  pallacanestro  è  la  mia  vita,  seguo  la  carriera  di  Damien,  cercando,  con  discrezione,  di  dargli
qualche buon consiglio e mi piace ancora giocare e seguire il basket dal vivo e in tv. Un raffronto ?
Mi  sembra  che  ai  miei  tempi  si  vivesse  più  uniti,  avevamo  un  forte  senso  di  squadra,  si  stava
insieme  molto  tempo,  ci  si  frequentava  anche  dopo  gli  allenamenti.  Oggi  tutti  quanti  vivono  più
dando valore ai propri risultati individuali piuttosto che a quelli di squadra. Mi sembra che oggi, al
passo con i tempi, si viva più in una dimensione individualistica. Sul piano del gioco è aumentata la
fisicità e la velocità a discapito della fantasia e del talento. Il senso della spettacolarità è diverso, il
basket  resta  però  sempre  un  gioco  fantastico.  Faccio  il  tifo  per la  mia  vecchia  università,  il  San
Bonaventura, con il quale ho vinto nel 1977 il campionato NIT, giocando da pivot. Mi piace anche
la  NBA,  mi  esaltano  soprattutto  le  grandi  sfide,  mi  piace  lo  spettacolo,  ma  non  impazzisco  per
nessuna franchigia. Diciamo che simpatizzo un po’ per Miami”.

Capitolo Damien, tuo figlio è un ottimo giocatore. Secondo te ha ancora margine di crescita ?

“Credo  di  si.  Rispetto  a  me  è  molto  più  forte  nello  stare  dentro  la  partita.  È quello  che  oggi  si
definisce un giocatore di sistema. Ha un ottimo tiro ma non è un pistolero, come lo ero io, il suo
allenatore vuole che giochi per la squadra e non eccede nelle soluzioni individuali. Oggi vale di più
segnare 15/20 punti a gara, offrendo un contributo essenziale al gioco, che realizzare 30/40 punti,
come ai miei tempi, ma essere un oggetto estraneo al sistema globale di gioco. Damien è più forte
di testa, rispetto a me, può ancora imparare molto e crescere”.

Noi ci auguriamo che un giorno possa magari giocare a Chieti ed emulare la leggenda del padre.

“Piacerebbe anche a me, il destino è strano, oggi la sua carriera è Brescia, domani chissà”.

La nostra intervista è finita, ancora qualcosa da dire ?

“Voglio  solo  ringraziare  tutti  gli  amici  che  mi  hanno  accolto  come  se  il  tempo  non  fosse  mai
trascorso. Voglio inoltre salutare tutti i tifosi vecchi e nuovi della Pallacanestro Chieti e augurare al

Presidente Di Cosmo di poter tenere sempre alto il blasone del club dove mi onoro di aver giocato.
Grazie Chieti, spero di poter tornare presto”.

Grazie Essie, vederti allontanare, accompagnato dalla tua pazientissima consorte Sharon, ci rende
un po’ melanconici. Ti abbiamo appena ritrovato ed è già arrivato il tempo di lasciarci. Mi vengono
in  mente  tante  altre  domande  e  soprattutto  non  sono  riuscito  a  dirti  quanto  sei  stato  importante,
quante volte grazie a te nei nostri discordi e nei nostri pensieri sono tornati alla mente i giorni belli
della spensieratezza e della passione. Grazie a te e alla bellezza di questo gioco, che si chiama
basket,  non  siamo  mai  invecchiati.  Non  mi  sembra  cosa  da  poco.  Siamo  in  debito  con  te  e    per
questo  ti  promettiamo  che  continueremo  a  mantenere  vivo,  con  fermezza  e  passione,  il  ricordo
della tua leggenda.  By Essie, vivi in pace, you’ll never walk alone.

AREA DELLA COMUNICAZIONE PALL. CHIETI
UFFICIO STAMPA DEL SETTORE GIOVANILE
MASSIMO RENELLA