VALE TUTTO

Poche città hanno un derby da piangere. Diciamo Milano, Bologna, Roma e Livorno. Ma una piazza soltanto può dire di averlo accarezzato, questo benedetto derby, sfiorato, quasi toccato, alla fine, però, clamorosamente mancato. Quella di Reggio Emilia. In Vale Tutto-Le storie segrete della pallacanestro italiana, pubblicato per Italica Edizioni dal giornalista Lorenzo Sani, si racconta la storia del derby che non c’è mai stato, gli anni eroici dell’esaltante rincorsa da parte della seconda squadra reggiana, la A.P. Nino Fornaciari, al club egemone dell’epoca, la Cantine Riunite, oggi ambiziosa protagonista del basket italiano. Uno sguardo rivolto al passato per raccontare le persone e le loro storie, gli eroi e gli aneddoti che hanno fatto grande uno sport che da queste parti ha radici profonde.

Un’estratto dal libro – “Il mito di Gianni Gualdi”

(…) Il più grande rimpianto di Gianni Gualdi è per quella Serie A che ha accarezzato, ma mai colto. Poteva giocarsela con i più bravi, sono in parecchi a sostenerlo.

Sarebbe triste scoprire che questa opportunità gli sia stata preclusa per colpa di quella maledetta mano che si maciullò in un incidente domestico quando era un bambino di due anni e mezzo. Stava giocando con una pallina di pasta nel retrobottega, voleva fare anche lui la sfoglia, come aveva visto fare al papà, titolare del forno. Infilò la pallina di pasta tra i rulli di acciaio della macchina per la sfoglia e la spinse, sotto gli occhi del genitore. Il padre ebbe la percezione esatta del rischio al quale si stava esponendo il suo bimbo, ma non riuscì a intervenire in tempo. Gli urlò qualcosa, troppo tardi. Dopo una infinità di interventi chirurgici, fu lui a fermare i medici, rassegnandosi all’idea che il figlio non avrebbe mai più recuperato la mano, deturpata in un moncherino in cui rimasero solo il pollice e un pezzetto dell’indice. Gianni Gualdi sfidò il mondo dei canestri con una sola mano, la sinistra. Che non era neppure la sua, perché era nato destro.

«Quando giocavo nelle giovanili di Correggio, sia che fossi cadetto o juniores ero regolarmente tra i migliori, ma ai concentramenti provinciali e regionali chiamavano solo i miei compagni di squadra. Il sottoscritto non lo hanno mai convocato e mi chiedo ancora il perché» confidò al giornalista Maurizio Bezzecchi, che nei primi anni Ottanta dedicò “alla stella della Serie B” un servizio di tre pagine sui Giganti del basket, il glorioso periodico che ha segnato l’epopea della pallacanestro in Italia. «C’era gente che pagava per andare a questi concentramenti e tanti miei compagni, tornando dai raduni, mi dicevano che se ci fossi stato io avrei surclassato tutti. Ecco, lì forse ho pensato che non mi chiamavano perché avevo una mano sola».

Il suo talento, la sua determinazione e la sua passione per il lavoro in palestra erano ben noti nell’ambiente, eppure quando rischiò di scomparire il basket a Correggio e i due giocatori più forti cambiarono aria, Orazio Rustichelli andò in Serie B alle Cantine riunite e Gianni Gualdi in Serie D alla Fornaciari.

«Con i suoi fondamentali, la naturale propensione a difendere e attaccare in tutti i punti del campo, oggi Gianni ci starebbe alla grande in Serie A» dice convinto coach Giovanni Iori, che con il suo atipico campione in squadra ha centrato ben sei promozioni nelle minors. «Sono consapevole che qualcuno mi prenderà per pazzo, ma ho visto soltanto un giocatore che avesse lo stesso controllo del corpo in qualsiasi circostanza, con l’uomo addosso o senza, e la capacità di trovarsi sempre nelle migliori condizioni di equilibrio. Quel giocatore si chiama Julius Erving. Quante volte ho visto fare da Gualdi, con la sua mano sinistra, galleggiando nell’aria tra le difese avversarie, quell’entrata lungo la linea di fondo, con canestro da dietro il tabellone, che era la celebre icona tecnica del mito di Philadelphia!»

Iori ha scomodato “Doctor J”, non il medico della mutua.

Gianni Gualdi è un fenomeno e non solo per la faccenda della mano che lo costrinse a inventarsi una vita da mancino. Grande agonista, ha giocato fino a cinquant’anni tra la Serie D, la C regionale e dintorni. Il tempo è una variabile ostile per la maggior parte dei giocatori, ma non per chi è fatto di una certa pasta. In epoche diverse Gianni Bertolotti, Aldo Ossola e Mario Boni hanno tagliato il traguardo dei cinquanta in campo, animati da una passione più forte del quotidiano sorgere del sole. Nella finale Maxibasket 2013, categoria Over 50, la Nazionale italiana che schierava fra gli altri Montecchi, Carera, Solfrini, Mentasti e Ponzoni si è laureata campione del mondo battendo la Slovenia 79-73 con 46 punti di Boni, incubo della difesa avversaria che, nello sterile tentativo di arginarne l’azione, lo ha mandato in lunetta ben 26 volte. Nella stagione 2013-2014, all’alba dei cinquantun anni di età, Mario Boni ha conquistato la decima promozione della sua carriera, stavolta dalla C alla B, con il Monsummano, nella Toscana che lo ha adottato. Circolano foto che lo immortalano in lacrime negli spogliatoi, mentre festeggia con i compagni. Pochi campioni come “SuperMario” possono vantare di aver ricevuto, in piena attività, il telegramma della Federbasket con la convocazione in Nazionale e contemporaneamente la raccomandata dell’Azienda sanitaria locale per l’esame del sangue occulto nelle feci.